Il contributo è l'occasione per evidenziare una serie di tematiche di fondo, alcuni princìpi che stanno a fondamento dell’architettura di Romano Burelli, nel quadro di un'attività di professore di Composizione architettonica e architetto prevalentemente condotta all’Università Iuav di Venezia e in Germania, non solo specificamente rivolta alla “Patria del Friuli”. In primo luogo va evidenziato come la ricerca teorica e progettuale di Burelli si muova nell’ambito dell’architettura intesa come “arte del costruire”, Baukunst, laddove la natura oggettiva - sachlich - di quest’arte è immediatamente espressa, senza alcuna volontà di cancellare il fatto che si tratti di un’arte, non di mera edilizia, semplice costruzione materiale, tecnologia, come avrebbero voluti i “funzionalisti” degli anni Venti del Novecento. Si pensi all’uso programmatico di questa parola, Baukunst, nel Novecento, da parte di Berlage, Muthesius, Wagner, Behrens, Mies e Le Corbusier, sempre nel senso del necessario compimento in forma artistica, della traduzione culturale del dato materiale, anche se riguarda fondamentali innovazioni delle tecniche costruttive che contraddistinguono un’epoca. Queste tematiche si condensano in un passaggio fondamentale che si ritrova invariabilmente nella metodologia che Burelli adotta nei suoi progetti, riconducibile a Choisy: lo studio costantemente rinnovato in ogni architettura riservato alla definizione degli elementi essenziali della costruzione, spesso – in particolare nelle sue opere berlinesi e brandeburghesi – sostanzialmente identificabili con il basamento murario-stereotomico, il piedritto e l’architrave (di natura propriamente tettonica) di una campata-tipo. Si tratta di un’operazione di riduzione all’essenza dell’architettura (condotta attraverso approfonditi studi di dettaglio, dedicati alla precisazione del partito architettonico che governa ogni suo progetto), che d’altro canto ritroviamo come costante nella ricerca sul paradigma costruttivo appropriato al nostro tempo che attraversa il moderno - da Laugier a Semper, fino a Perret e Mies - una ricerca che anche per Burelli non può che ragionare pertanto a partire dalla figura archetipica della costruzione, il trilite – fondato sulla sostruzione muraria – o meglio a partire dall’analogia con la costruzione trilitica, come già in Schinkel e Bötticher. E' chiaro che un simile atteggiamento di fondo verso l’architettura non possa che risultare molto interessato al luogo ove si è sempre manifestata la natura anonima e collettiva dell’arte del costruire: la città concreta, ove si sedimentano le tradizioni e permangono attraverso le varie epoche, il terreno di confronto dialettico tra storia e progetto. Burelli sviluppa un raffinato e articolato approccio allo studio, lettura e interpretazione critica - tramite il progetto - della città concreta, come esito di una complessa stratificazione storica non semplicisticamente azzerabile. Egli accetta viceversa e mette in valore con cura le irregolarità delle differenti giaciture urbane, le diversità degli spazi pubblici con cui deve confrontarsi e le tracce dei successivi processi di definizione della forma urbis di ogni particolare parte di città, anche relative a strati ormai perduti, ricostruibili solo tramite un’esegesi che è una forma di indagine “archeologica”, spesso rivolta anche a intenzioni progettuali non giunte a realizzarsi o a tipi edilizi tramandati solo dal disegno di particelle catastali storicamente cancellate. L’esperienza della “ricostruzione critica” berlinese, che ha visto Burelli tra i protagonisti, appare interpretabile in un simile quadro di riferimento.

Prefazione

doimo, martino
2019

Abstract

Il contributo è l'occasione per evidenziare una serie di tematiche di fondo, alcuni princìpi che stanno a fondamento dell’architettura di Romano Burelli, nel quadro di un'attività di professore di Composizione architettonica e architetto prevalentemente condotta all’Università Iuav di Venezia e in Germania, non solo specificamente rivolta alla “Patria del Friuli”. In primo luogo va evidenziato come la ricerca teorica e progettuale di Burelli si muova nell’ambito dell’architettura intesa come “arte del costruire”, Baukunst, laddove la natura oggettiva - sachlich - di quest’arte è immediatamente espressa, senza alcuna volontà di cancellare il fatto che si tratti di un’arte, non di mera edilizia, semplice costruzione materiale, tecnologia, come avrebbero voluti i “funzionalisti” degli anni Venti del Novecento. Si pensi all’uso programmatico di questa parola, Baukunst, nel Novecento, da parte di Berlage, Muthesius, Wagner, Behrens, Mies e Le Corbusier, sempre nel senso del necessario compimento in forma artistica, della traduzione culturale del dato materiale, anche se riguarda fondamentali innovazioni delle tecniche costruttive che contraddistinguono un’epoca. Queste tematiche si condensano in un passaggio fondamentale che si ritrova invariabilmente nella metodologia che Burelli adotta nei suoi progetti, riconducibile a Choisy: lo studio costantemente rinnovato in ogni architettura riservato alla definizione degli elementi essenziali della costruzione, spesso – in particolare nelle sue opere berlinesi e brandeburghesi – sostanzialmente identificabili con il basamento murario-stereotomico, il piedritto e l’architrave (di natura propriamente tettonica) di una campata-tipo. Si tratta di un’operazione di riduzione all’essenza dell’architettura (condotta attraverso approfonditi studi di dettaglio, dedicati alla precisazione del partito architettonico che governa ogni suo progetto), che d’altro canto ritroviamo come costante nella ricerca sul paradigma costruttivo appropriato al nostro tempo che attraversa il moderno - da Laugier a Semper, fino a Perret e Mies - una ricerca che anche per Burelli non può che ragionare pertanto a partire dalla figura archetipica della costruzione, il trilite – fondato sulla sostruzione muraria – o meglio a partire dall’analogia con la costruzione trilitica, come già in Schinkel e Bötticher. E' chiaro che un simile atteggiamento di fondo verso l’architettura non possa che risultare molto interessato al luogo ove si è sempre manifestata la natura anonima e collettiva dell’arte del costruire: la città concreta, ove si sedimentano le tradizioni e permangono attraverso le varie epoche, il terreno di confronto dialettico tra storia e progetto. Burelli sviluppa un raffinato e articolato approccio allo studio, lettura e interpretazione critica - tramite il progetto - della città concreta, come esito di una complessa stratificazione storica non semplicisticamente azzerabile. Egli accetta viceversa e mette in valore con cura le irregolarità delle differenti giaciture urbane, le diversità degli spazi pubblici con cui deve confrontarsi e le tracce dei successivi processi di definizione della forma urbis di ogni particolare parte di città, anche relative a strati ormai perduti, ricostruibili solo tramite un’esegesi che è una forma di indagine “archeologica”, spesso rivolta anche a intenzioni progettuali non giunte a realizzarsi o a tipi edilizi tramandati solo dal disegno di particelle catastali storicamente cancellate. L’esperienza della “ricostruzione critica” berlinese, che ha visto Burelli tra i protagonisti, appare interpretabile in un simile quadro di riferimento.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/11578/279718
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