L’architettura degli ottani fissa un particolare momento della cultura progettuale italiana rappresentativo delle trasformazioni infrastrutturali, sociali e culturali che hanno investito il Paese nel secondo dopoguerra, quando lo sviluppo di nuove autostrade oltre a veicolare il desiderio di riscatto dalle difficoltà della Guerra, ha innescato un’attenta ricerca formale sulla stazione di servizio caratterizzata dall’estetica della mobilità e della velocità. Si è trattato di una sperimentazione inedita che ha trovato nel bordo autostradale un laboratorio privilegiato di architetture, la cui modernità è figlia della loro intrinseca evoluzione tipologica e quasi immune alle influenze del dibattito internazionale sulla ridefinizione dei principi dell’architettura e dell’urbanistica. Proprio la condizione altra che ha caratterizzato la nascita e l’evoluzione di queste esperienze, il loro carattere introverso e autoreferenziale, insieme alla visione settoriale con cui sono stati disegnati i tracciati delle autostrade, hanno portato a trattare il territorio e la città come temi solo interferenti e non intercorrelati alla strada, causando la loro netta separazione fisica e semantica che sovente, appare ancora oggi, inviolabile. Nell’impossibilità di continuare a pensare all’infrastruttura nella sua enclave, la tesi tenta di riflettere sulla capacità ordinatrice e di relazione dell’architettura, offrendo i modelli di una visione integrata del progetto, che abbracciando tempi, scale e saperi differenti, fa interagire le componenti infrastrutturali con quelle insediative, economiche e socioculturali, consentendo di riconnettere, rintracciare e risignificare lo spessore dei luoghi in cui essa si inserisce. Articolando ritmi e grandezze diverse in un sistema capace di accogliere le esigenze di ogni viaggiatore, l’area di servizio va organizzata come una soluzione al passaggio tra urbano ed extraurbano, tra la velocità e la lentezza: un luogo intermedio, organicamente concepito, in cui elementi spaziali e funzionali vanno declinati e tra loro relazionati per essere le porte di accesso a quel paesaggio che fino ad ora ci si è sempre lasciati alle spalle.

L’architettura degli ottani: nuovi luoghi per nuovi pellegrinaggi / Mangini, Stefania. - (2020 Jun 22). [10.25432/mangini-stefania_phd2020-06-22]

L’architettura degli ottani: nuovi luoghi per nuovi pellegrinaggi

MANGINI, STEFANIA
2020

Abstract

L’architettura degli ottani fissa un particolare momento della cultura progettuale italiana rappresentativo delle trasformazioni infrastrutturali, sociali e culturali che hanno investito il Paese nel secondo dopoguerra, quando lo sviluppo di nuove autostrade oltre a veicolare il desiderio di riscatto dalle difficoltà della Guerra, ha innescato un’attenta ricerca formale sulla stazione di servizio caratterizzata dall’estetica della mobilità e della velocità. Si è trattato di una sperimentazione inedita che ha trovato nel bordo autostradale un laboratorio privilegiato di architetture, la cui modernità è figlia della loro intrinseca evoluzione tipologica e quasi immune alle influenze del dibattito internazionale sulla ridefinizione dei principi dell’architettura e dell’urbanistica. Proprio la condizione altra che ha caratterizzato la nascita e l’evoluzione di queste esperienze, il loro carattere introverso e autoreferenziale, insieme alla visione settoriale con cui sono stati disegnati i tracciati delle autostrade, hanno portato a trattare il territorio e la città come temi solo interferenti e non intercorrelati alla strada, causando la loro netta separazione fisica e semantica che sovente, appare ancora oggi, inviolabile. Nell’impossibilità di continuare a pensare all’infrastruttura nella sua enclave, la tesi tenta di riflettere sulla capacità ordinatrice e di relazione dell’architettura, offrendo i modelli di una visione integrata del progetto, che abbracciando tempi, scale e saperi differenti, fa interagire le componenti infrastrutturali con quelle insediative, economiche e socioculturali, consentendo di riconnettere, rintracciare e risignificare lo spessore dei luoghi in cui essa si inserisce. Articolando ritmi e grandezze diverse in un sistema capace di accogliere le esigenze di ogni viaggiatore, l’area di servizio va organizzata come una soluzione al passaggio tra urbano ed extraurbano, tra la velocità e la lentezza: un luogo intermedio, organicamente concepito, in cui elementi spaziali e funzionali vanno declinati e tra loro relazionati per essere le porte di accesso a quel paesaggio che fino ad ora ci si è sempre lasciati alle spalle.
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ARCHITETTURA, CITTA' E DESIGN
L’architettura degli ottani: nuovi luoghi per nuovi pellegrinaggi / Mangini, Stefania. - (2020 Jun 22). [10.25432/mangini-stefania_phd2020-06-22]
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Tipologia: Tesi di dottorato
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