Il testo analizza le operazioni sceniche con cui Thomas Ostermeier lavora sui “reali”, a partire dal trattamento a cui sottopone il repertorio canonizzato della tradizione drammatica occidentale. L’assunto centrale del saggio consiste nel dissociare il lavoro di Ostermeier dal giudizio di attualizzazione che le sue regie introdurrebbero, secondo molta critica, nelle drammaturgie otto e novecentesche. Viene proposto qui che l’intervento sui testi sia giocato, in superficie, su una generale, rigida fedeltà all’assunto drammaturgico, e in profondità su un’operazione in cui il testo viene “passato al setaccio”, alla ricerca di quello che di arcano, violento, nascosto, contiene. Ostermeier cerca cioè di svelare l’aspetto occultato dall’opera, il suo rimosso: qui risiede il centro nevralgico del suo “nuovo realismo”, appuntato su testi di Büchner, O’Neill, Ibsen. L’operazione registica, viene proposto in conclusione, libera così il rimosso del testo e converte l’autorità del repertorio (e della tradizione) in crimine, scoprendo il volto feroce di uno spazio “tradizionale” del teatro su cui si fonda un sapere condiviso.

Il teatro politico nel tempo del suo disincanto: Ovvero, il repertorio come sovversione del realismo capitalista

Annalisa Sacchi
2020-01-01

Abstract

Il testo analizza le operazioni sceniche con cui Thomas Ostermeier lavora sui “reali”, a partire dal trattamento a cui sottopone il repertorio canonizzato della tradizione drammatica occidentale. L’assunto centrale del saggio consiste nel dissociare il lavoro di Ostermeier dal giudizio di attualizzazione che le sue regie introdurrebbero, secondo molta critica, nelle drammaturgie otto e novecentesche. Viene proposto qui che l’intervento sui testi sia giocato, in superficie, su una generale, rigida fedeltà all’assunto drammaturgico, e in profondità su un’operazione in cui il testo viene “passato al setaccio”, alla ricerca di quello che di arcano, violento, nascosto, contiene. Ostermeier cerca cioè di svelare l’aspetto occultato dall’opera, il suo rimosso: qui risiede il centro nevralgico del suo “nuovo realismo”, appuntato su testi di Büchner, O’Neill, Ibsen. L’operazione registica, viene proposto in conclusione, libera così il rimosso del testo e converte l’autorità del repertorio (e della tradizione) in crimine, scoprendo il volto feroce di uno spazio “tradizionale” del teatro su cui si fonda un sapere condiviso.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11578/309078
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