Perché preoccuparsi dell'abisso e specialmente della sua versione liquida? Più precisamente, perché occuparsi di quell'immagine particolare che è il disegno dell'abisso? Pensando Bathygraphica dopo Palæontograhica – e magari prima di qualche altra indagine altrettanto parziale ed eccentrica – sembra che quel che accomuna questi diversi discorsi sia una riflessione sul disegno di qualcosa di essenzialmente profondo, e, specularmente, sulla essenziale e speciale profondità del disegno. Riguardo all'urgenza dell'argomento, o alla sua attualità, c'è da chiedersi che cosa ne sia oggi dell'abisso. E poi se ci sia un rapporto tra la riduzione di ogni profondità abissale, e la diminuzione di spessore e di senso delle stesse immagini in quanto immagini. Allo stesso modo degli abissi del tempo anche quelli dello spazio sono stati oggetto di un'espropriazione. I territori più distanti sono stati scoperti ed esplorati dalle avanguardie scientifiche del pensiero, che vi hanno piantato le loro bandiere a nome di tutta l'umanità, e però riservandosi un diritto quasi esclusivo di accesso e di competenza, e quindi indirettamente anche un diritto supplementare e non dichiarato di prelazione immaginativa. L'introduzione alle epoche più lontane del passato o del futuro così come ai luoghi geografici e astronomici più distanti, è compito degli uomini di scienza, così come un criterio di verità, o almeno di verosimiglianza scientifica, viene imposto ad ogni discorso – anche non scientifico – che ne tratti. Nell'epoca della divisione esasperata dei saperi si moltiplicano i confini che spartiscono i domini di ciò che è noto, e in più pretendono di prolungarsi nei territori dell'ignoto nell'impaziente attesa della loro colonizzazione. La materia prima dell'abisso è essenzialmente l'ignoto – il vuoto in quanto vuoto di conoscenza – che non tollera confini e spartizioni preliminari, nemmeno quelli che dovrebbero separarlo dai domini del noto. Ed è anche certo che l'ignoto non è solo al di là o tanto al di là di un confine, di un contorno indisegnabile, ma anche al di qua. La visione degli abissi è impossibile, per questo ci sono così tanti disegni che cercano di “vederli”. A guardarne tanti assieme, e poi guardando un poco più in là, e ancora un poco più in là – se si ha pazienza e la giusta disposizione – si può intravedere con la coda dell'occhio e del pensiero l'Abisso che si ritrae e passa via. La mostra si svolge in concomitanza con l'uscita del libro di Emanuele Garbin, Bathygraphica: disegni e visioni degli abissi marini, Quodlibet Edizioni.

Bathygraphica: figure e impronte dell'abisso in una selezione di disegni e di mappe del XX secolo

Garbin
2018

Abstract

Perché preoccuparsi dell'abisso e specialmente della sua versione liquida? Più precisamente, perché occuparsi di quell'immagine particolare che è il disegno dell'abisso? Pensando Bathygraphica dopo Palæontograhica – e magari prima di qualche altra indagine altrettanto parziale ed eccentrica – sembra che quel che accomuna questi diversi discorsi sia una riflessione sul disegno di qualcosa di essenzialmente profondo, e, specularmente, sulla essenziale e speciale profondità del disegno. Riguardo all'urgenza dell'argomento, o alla sua attualità, c'è da chiedersi che cosa ne sia oggi dell'abisso. E poi se ci sia un rapporto tra la riduzione di ogni profondità abissale, e la diminuzione di spessore e di senso delle stesse immagini in quanto immagini. Allo stesso modo degli abissi del tempo anche quelli dello spazio sono stati oggetto di un'espropriazione. I territori più distanti sono stati scoperti ed esplorati dalle avanguardie scientifiche del pensiero, che vi hanno piantato le loro bandiere a nome di tutta l'umanità, e però riservandosi un diritto quasi esclusivo di accesso e di competenza, e quindi indirettamente anche un diritto supplementare e non dichiarato di prelazione immaginativa. L'introduzione alle epoche più lontane del passato o del futuro così come ai luoghi geografici e astronomici più distanti, è compito degli uomini di scienza, così come un criterio di verità, o almeno di verosimiglianza scientifica, viene imposto ad ogni discorso – anche non scientifico – che ne tratti. Nell'epoca della divisione esasperata dei saperi si moltiplicano i confini che spartiscono i domini di ciò che è noto, e in più pretendono di prolungarsi nei territori dell'ignoto nell'impaziente attesa della loro colonizzazione. La materia prima dell'abisso è essenzialmente l'ignoto – il vuoto in quanto vuoto di conoscenza – che non tollera confini e spartizioni preliminari, nemmeno quelli che dovrebbero separarlo dai domini del noto. Ed è anche certo che l'ignoto non è solo al di là o tanto al di là di un confine, di un contorno indisegnabile, ma anche al di qua. La visione degli abissi è impossibile, per questo ci sono così tanti disegni che cercano di “vederli”. A guardarne tanti assieme, e poi guardando un poco più in là, e ancora un poco più in là – se si ha pazienza e la giusta disposizione – si può intravedere con la coda dell'occhio e del pensiero l'Abisso che si ritrae e passa via. La mostra si svolge in concomitanza con l'uscita del libro di Emanuele Garbin, Bathygraphica: disegni e visioni degli abissi marini, Quodlibet Edizioni.
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