Per testimoniare nuovamente l’opera di Aurel Milloss, danzatore e coreografo ungherese, occorre richiamarsi alle declinazioni metaforiche della voce espressione, «cifratura manieristica» del problematico quale categoria metastorica i cui valori rimandano a una immediata corrispondenza tra fattori dinamici e interiorità. Lo stesso Milloss ha più volte creduto di individuare, nelle sue tante testimonianze qui per la prima volta raccolte e commentate in una ricca antologia, già quasi agli albori della rinascita della danza in Occidente, su di una linea che congiunge i primi trattatisti italiani della danza di corte alle sperimentazioni coreodrammatiche di Salvatore Viganò, fino a legare, come in una provocatoria ricapitolazione, il bello ideale di Carlo Blasis, stemperato magari nel dionisismo di Enrico Cecchetti, ai ripensamenti coreosofici e mitteleuropei di Rudolf Laban e perché no, dello stesso Milloss; finendo per ricostruire un’inedita storia, nella danza, proprio di quegli impulsi espressivi che, nel tempo, si sono più o meno tenacemente opposti alle interpretazioni luminose e armonizzanti, in verità normative e neutralizzanti, della classicità. Se in questa nuova lettura anticlassica del magistero di Milloss, il danzatore «è simbolo di un risveglio diretto», allora, un attimo prima delle competenze tecniche (coreografia) e della valutazione dei materiali (coreologia), saranno le «ricerche metafisiche», la coreosofia, a produrre quei mezzi che consentiranno un esame etico di tutti i fenomeni e, in un carico per la danza di notevole portata gnoseologica, a programmare i «nuovi indirizzi al futuro sviluppo di questa cultura».

Coreosofia : scritti sulla danza

TOMASSINI S
2002-01-01

Abstract

Per testimoniare nuovamente l’opera di Aurel Milloss, danzatore e coreografo ungherese, occorre richiamarsi alle declinazioni metaforiche della voce espressione, «cifratura manieristica» del problematico quale categoria metastorica i cui valori rimandano a una immediata corrispondenza tra fattori dinamici e interiorità. Lo stesso Milloss ha più volte creduto di individuare, nelle sue tante testimonianze qui per la prima volta raccolte e commentate in una ricca antologia, già quasi agli albori della rinascita della danza in Occidente, su di una linea che congiunge i primi trattatisti italiani della danza di corte alle sperimentazioni coreodrammatiche di Salvatore Viganò, fino a legare, come in una provocatoria ricapitolazione, il bello ideale di Carlo Blasis, stemperato magari nel dionisismo di Enrico Cecchetti, ai ripensamenti coreosofici e mitteleuropei di Rudolf Laban e perché no, dello stesso Milloss; finendo per ricostruire un’inedita storia, nella danza, proprio di quegli impulsi espressivi che, nel tempo, si sono più o meno tenacemente opposti alle interpretazioni luminose e armonizzanti, in verità normative e neutralizzanti, della classicità. Se in questa nuova lettura anticlassica del magistero di Milloss, il danzatore «è simbolo di un risveglio diretto», allora, un attimo prima delle competenze tecniche (coreografia) e della valutazione dei materiali (coreologia), saranno le «ricerche metafisiche», la coreosofia, a produrre quei mezzi che consentiranno un esame etico di tutti i fenomeni e, in un carico per la danza di notevole portata gnoseologica, a programmare i «nuovi indirizzi al futuro sviluppo di questa cultura».
2002
8822251326
La linea veneta
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