Questo studio intende analizzare una situazione di particolare attualità che sta riconfigurando la geografia politica e territoriale del mondo a partire dalla produzione di una nuova generazione di muri e barriere prevalentemente rivolti ad arginare i flussi migratori che, originati da guerre, cambiamenti climatici, povertà ecc. costituiscono una delle caratteristiche più tragiche, e dimensionalmente più rilevanti del nostro tempo. In particolare, la ricerca, che parte dai molti confronti messi in atto in questi anni tra città formale e città informale, si occupa di un “terzo luogo”, caratterizzato da una instabilità ancora più forte di quella delle stesse città informali e dallo stretto rapporto con linee di confine che hanno preso, nel corso del tempo, l’aspetto di vere e proprie barriere fatte di cemento, palizzate metalliche fasci di filo spinato e molto altro ancora. Un territorio in cui i flussi migratori si arenano, spesso per lungo tempo e che in alcuni casi raggiunge una materialità che si potrebbe definire proto-urbana, in altri è contraddistinto da variazioni continue dove la scena abitativa, se così si può chiamare, mostra l’immagine dell’estrema precarietà. Un territorio in cui molteplici identità si fronteggiano: quelle di chi giunge da lontano, con nazioni, storie individuali e lingue differenti, e quella di chi costruisce strutture per bloccarli spesso sull’onda della paura di mettere in pericolo la propria identità, e sicurezza territoriale. A causa di questa situazione, rievocando muri come quello di Berlino che si pensavano spariti per sempre, confini un tempo aperti si sono trasformati in linee militarizzate, in vere e proprie terre di nessuno ferocemente controllate che dividono paura e speranza, sicurezza e difficoltà. Effetto non secondario di fenomeni globali come: le disuguaglianze economiche, cambiamenti climatici, conflittualità diffuse e riedizioni di antichi mali come di colonialismo, razzismo, integralismo ecc. i nuovi muri, le fasce di aree controllate e gli insediamenti più o meno temporanei si sono moltiplicati sempre più. La linearità tragica dei confini controllati e degli insediamenti disperati a essi corollari, sta definendo una nuova topografia in cui antiche figure come mura o città replicano se stesse in forma caricaturale ed estrema. Come schegge impazzite di una urbanità maligna: muri, aree di controllo, insediamenti precari stanno definendo nel mondo contemporaneo qualcosa che va oltre la stessa idea di città informale e giunge ad assumere, nei casi più rilevanti, una stabilità che ci appare come una sua variante contraddistinta dal contenimento di una forza cinetica destinata ad esplodere. Il fenomeno ha un impatto enorme se si considera che dei 35 milioni di esseri umani in fuga da disastri di vario genere circa la metà vive bloccato in aree di confine allestite da paesi che, con ragioni diverse, ne impediscono l’accesso. Un’intera megalopoli sparsa nel mondo e contraddistinta dalla stessa presenza di esseri umani bloccati nel loro viaggio verso la speranza e immobilizzati in una forma di precarietà inedita, per tragicità e disumanizzazione di chi vi è costretto. Un evento mondiale che ha ribaltato la stessa positività dei confini moderni, come aree di confronto e di scambio, in aree militarizzate e in enclavi chiuse, spesso neppure dotate di una giustificazione storica. Ma il fenomeno esiste e ha delle ripercussioni materiali ormai evidenti, rivelando centinaia di chilometri di muri, migliaia di ripari, fortificazioni intermittenti ecc. In alcuni casi, come negli insediamenti ormai storici di Tijuana o Gerusalemme, lambisce le periferie delle città. In altri casi, come avviene nell’ex Sahara Spagnolo, materializza piccole città nel deserto per una popolazione un tempo nomade e da decenni in lotta per la propria identità. Ma nella maggior parte delle situazioni vede il proliferare di accampamenti, fatti di teli o plastica o di ogni qual si voglia materiale di recupero che svanisce e si riforma di ondata in ondata. Se ne conviene che, paradossalmente, le lunghe linee fortificate, attraverso le quali l’esclusione si compie, assumono nel panorama attuale di mondo che cade a pezzi, l’aspetto di una presenza fissa, unico segno riconoscibile in distese di foreste o deserti. E di fronte a questo incremento esponenziale e tangibile la ricerca (pur rifiutando una neutralità che sarebbe fuori luogo e pur partendo da una posizione critica) indaga gli aspetti materiali di questo mondo che sembra riportare alle origini le stesse esigenze di base del genere umano come sicurezza e abitare. La ricerca censisce e rileva fenomeni che ormai si contano a decine, studia le forme di radicamento e di difesa identitaria dei casi più sedimentati e descrive le nuove forme di spazialità che si determinano nel rapporto tra la linearità dei nuovi muri e l’intermittenza degli insediamenti precari. Cerca di cogliere nell’inferno che spesso tali insediamenti rappresentano in concreto quelle forme di resistenza che potrebbero anticipare fenomeni ancora più vasti e nella consapevolezza di trovarsi al di là dello stesso concetto di insediamento informale, e del retroterra politico ed economico che ha generato tali situazioni, la ricerca usa le categorie interpretative dell’architettura, della geografia e dell’urbanistica per descrivere qualcosa che sino ad ora è stato oggetto, al più, di reportage giornalistici e sociologici. D’altra parte, gli aspetti materiali, se generati da decisioni economiche e politiche, sono in ogni caso spiegabili, nei loro aspetti visibili, solo a partire da uno sguardo specifico come è quello dell’architetto o dell’urbanista. La descrizione di fenomeni nuovi e non ancora adeguatamente studiati dal punto di vista delle loro evidenze fisiche è, dunque, l’obiettivo di questa ricerca che si colloca nell’ambito degli studi architettonici estendendone il limite sino alle manifestazioni più estreme della contemporaneità.

Nuovi Muri : il ritorno di un’antica figura nei territori del mondo

Dalzero, S
2023-01-01

Abstract

Questo studio intende analizzare una situazione di particolare attualità che sta riconfigurando la geografia politica e territoriale del mondo a partire dalla produzione di una nuova generazione di muri e barriere prevalentemente rivolti ad arginare i flussi migratori che, originati da guerre, cambiamenti climatici, povertà ecc. costituiscono una delle caratteristiche più tragiche, e dimensionalmente più rilevanti del nostro tempo. In particolare, la ricerca, che parte dai molti confronti messi in atto in questi anni tra città formale e città informale, si occupa di un “terzo luogo”, caratterizzato da una instabilità ancora più forte di quella delle stesse città informali e dallo stretto rapporto con linee di confine che hanno preso, nel corso del tempo, l’aspetto di vere e proprie barriere fatte di cemento, palizzate metalliche fasci di filo spinato e molto altro ancora. Un territorio in cui i flussi migratori si arenano, spesso per lungo tempo e che in alcuni casi raggiunge una materialità che si potrebbe definire proto-urbana, in altri è contraddistinto da variazioni continue dove la scena abitativa, se così si può chiamare, mostra l’immagine dell’estrema precarietà. Un territorio in cui molteplici identità si fronteggiano: quelle di chi giunge da lontano, con nazioni, storie individuali e lingue differenti, e quella di chi costruisce strutture per bloccarli spesso sull’onda della paura di mettere in pericolo la propria identità, e sicurezza territoriale. A causa di questa situazione, rievocando muri come quello di Berlino che si pensavano spariti per sempre, confini un tempo aperti si sono trasformati in linee militarizzate, in vere e proprie terre di nessuno ferocemente controllate che dividono paura e speranza, sicurezza e difficoltà. Effetto non secondario di fenomeni globali come: le disuguaglianze economiche, cambiamenti climatici, conflittualità diffuse e riedizioni di antichi mali come di colonialismo, razzismo, integralismo ecc. i nuovi muri, le fasce di aree controllate e gli insediamenti più o meno temporanei si sono moltiplicati sempre più. La linearità tragica dei confini controllati e degli insediamenti disperati a essi corollari, sta definendo una nuova topografia in cui antiche figure come mura o città replicano se stesse in forma caricaturale ed estrema. Come schegge impazzite di una urbanità maligna: muri, aree di controllo, insediamenti precari stanno definendo nel mondo contemporaneo qualcosa che va oltre la stessa idea di città informale e giunge ad assumere, nei casi più rilevanti, una stabilità che ci appare come una sua variante contraddistinta dal contenimento di una forza cinetica destinata ad esplodere. Il fenomeno ha un impatto enorme se si considera che dei 35 milioni di esseri umani in fuga da disastri di vario genere circa la metà vive bloccato in aree di confine allestite da paesi che, con ragioni diverse, ne impediscono l’accesso. Un’intera megalopoli sparsa nel mondo e contraddistinta dalla stessa presenza di esseri umani bloccati nel loro viaggio verso la speranza e immobilizzati in una forma di precarietà inedita, per tragicità e disumanizzazione di chi vi è costretto. Un evento mondiale che ha ribaltato la stessa positività dei confini moderni, come aree di confronto e di scambio, in aree militarizzate e in enclavi chiuse, spesso neppure dotate di una giustificazione storica. Ma il fenomeno esiste e ha delle ripercussioni materiali ormai evidenti, rivelando centinaia di chilometri di muri, migliaia di ripari, fortificazioni intermittenti ecc. In alcuni casi, come negli insediamenti ormai storici di Tijuana o Gerusalemme, lambisce le periferie delle città. In altri casi, come avviene nell’ex Sahara Spagnolo, materializza piccole città nel deserto per una popolazione un tempo nomade e da decenni in lotta per la propria identità. Ma nella maggior parte delle situazioni vede il proliferare di accampamenti, fatti di teli o plastica o di ogni qual si voglia materiale di recupero che svanisce e si riforma di ondata in ondata. Se ne conviene che, paradossalmente, le lunghe linee fortificate, attraverso le quali l’esclusione si compie, assumono nel panorama attuale di mondo che cade a pezzi, l’aspetto di una presenza fissa, unico segno riconoscibile in distese di foreste o deserti. E di fronte a questo incremento esponenziale e tangibile la ricerca (pur rifiutando una neutralità che sarebbe fuori luogo e pur partendo da una posizione critica) indaga gli aspetti materiali di questo mondo che sembra riportare alle origini le stesse esigenze di base del genere umano come sicurezza e abitare. La ricerca censisce e rileva fenomeni che ormai si contano a decine, studia le forme di radicamento e di difesa identitaria dei casi più sedimentati e descrive le nuove forme di spazialità che si determinano nel rapporto tra la linearità dei nuovi muri e l’intermittenza degli insediamenti precari. Cerca di cogliere nell’inferno che spesso tali insediamenti rappresentano in concreto quelle forme di resistenza che potrebbero anticipare fenomeni ancora più vasti e nella consapevolezza di trovarsi al di là dello stesso concetto di insediamento informale, e del retroterra politico ed economico che ha generato tali situazioni, la ricerca usa le categorie interpretative dell’architettura, della geografia e dell’urbanistica per descrivere qualcosa che sino ad ora è stato oggetto, al più, di reportage giornalistici e sociologici. D’altra parte, gli aspetti materiali, se generati da decisioni economiche e politiche, sono in ogni caso spiegabili, nei loro aspetti visibili, solo a partire da uno sguardo specifico come è quello dell’architetto o dell’urbanista. La descrizione di fenomeni nuovi e non ancora adeguatamente studiati dal punto di vista delle loro evidenze fisiche è, dunque, l’obiettivo di questa ricerca che si colloca nell’ambito degli studi architettonici estendendone il limite sino alle manifestazioni più estreme della contemporaneità.
2023
9788862428927
12
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