Il volume raccoglie tre anni di ricerca e didattica del Laboratorio integrato di Architettura sostenibile dell’Università Iuav di Venezia in tre contesti alpini, assumendo l’alta quota come campo di verifica del rapporto tra architettura, clima, risorse e tecniche costruttive. Attraverso saggi, progetti e immagini, costruisce un diario di metodo in cui la fragilità dei luoghi diventa occasione per ripensare modi di abitare, trasformare e preservare territori sensibili. Alta quota esprime una condizione di indagine della realtà spaziale secondo un registro specifico imposto dalla vertigine di un habitat marginale, un punto di osservazione che contiene le tensioni interne sedimentate nei luoghi deantropizzati. Le terre alte alimentano ineluttabilmente l’immaginario stesso della frontiera naturale, quello spazio geografico tracciato dalle sottili e fitte curve di livello affastellate sopra e sotto all’orizzonte. L’architettura qui poggia sulla stessa linea sottile e fragile su cui certe terre si tengono in equilibrio. Fare didattica in questi luoghi significa imparare a restare sospesi, a guardare in basso senza arretrare e riconoscere che la quota non è un solo dato altimetrico, ma uno spazio di esplorazione delle possibilità teoriche e costruttive della nostra disciplina. Una condizione, quella della montagna, che mette alla prova la dinamica dei corpi e il loro posizionamento attraverso il progetto, un punto di partenza estremamente probatorio rispetto al rapporto tra risorse, habitat e tecnica. L’alta quota intensifica condizioni opposte come: fragilità e resistenza, dimostra quanto l’architettura contenga gli estremi di potenziali marginali e, nel farlo, esplori contesti fragili e sensibili cercando forme di tensioni in equilibrio. La didattica costruita a partire da questi dati vincolanti rappresenta un’opportunità di sperimentazione che affronta il tema del riparo e della integrazione delle risorse ambientali in modo evolutivo. Qui la sostenibilità smette di essere una parola d’ordine ripetuta per inerzia e tenta di consolidarsi in forme coraggiose di equilibrio progettuale tra conoscenza e istintività dell’esecuzione. Torna piuttosto a essere una domanda concreta, quasi scomoda: che cosa può davvero fare l’architettura per un luogo già conformato, già in bilico, che sembra non avere alcun bisogno di noi? L’adeguamento a una norma non basta più. Occorre passare dalla difesa all’offerta: valutare in modo attivo quale contributo la disciplina possa dare alla costruzione dei luoghi. Non solo nel senso ecologico ed energetico, ma in quello più ampio della protezione, della preservazione, del mantenimento dell’ambiente inteso come (non)human surroundings. Fragile non vuol dire debole. Vuol dire esposto. Sensibile a ogni gesto, capace di registrare anche la più piccola delle nostre azioni e di restituirla amplificata. Chi sale nell’esperienza di costruire attraverso il percorso, la quota, lo sente prima ancora di capirlo, salire in montagna rappresenta una forma naturale di riduzione delle sovrastrutture, abbandonando il non necessario nel silenzio cadenzato che cambia il passo; in una nuvola che taglia netta la luce, nella sproporzione tra il proprio corpo e la parete della montagna. In quella sensazione precisa di essere ospiti e di dover chiedere permesso per potere progettare e riorganizzare in architettura le risorse disponibili.

Alta Quota. Progetti per ecologie dell’esistenza

S. Gobbo;M. Condotta;F. Peron
2026-01-01

Abstract

Il volume raccoglie tre anni di ricerca e didattica del Laboratorio integrato di Architettura sostenibile dell’Università Iuav di Venezia in tre contesti alpini, assumendo l’alta quota come campo di verifica del rapporto tra architettura, clima, risorse e tecniche costruttive. Attraverso saggi, progetti e immagini, costruisce un diario di metodo in cui la fragilità dei luoghi diventa occasione per ripensare modi di abitare, trasformare e preservare territori sensibili. Alta quota esprime una condizione di indagine della realtà spaziale secondo un registro specifico imposto dalla vertigine di un habitat marginale, un punto di osservazione che contiene le tensioni interne sedimentate nei luoghi deantropizzati. Le terre alte alimentano ineluttabilmente l’immaginario stesso della frontiera naturale, quello spazio geografico tracciato dalle sottili e fitte curve di livello affastellate sopra e sotto all’orizzonte. L’architettura qui poggia sulla stessa linea sottile e fragile su cui certe terre si tengono in equilibrio. Fare didattica in questi luoghi significa imparare a restare sospesi, a guardare in basso senza arretrare e riconoscere che la quota non è un solo dato altimetrico, ma uno spazio di esplorazione delle possibilità teoriche e costruttive della nostra disciplina. Una condizione, quella della montagna, che mette alla prova la dinamica dei corpi e il loro posizionamento attraverso il progetto, un punto di partenza estremamente probatorio rispetto al rapporto tra risorse, habitat e tecnica. L’alta quota intensifica condizioni opposte come: fragilità e resistenza, dimostra quanto l’architettura contenga gli estremi di potenziali marginali e, nel farlo, esplori contesti fragili e sensibili cercando forme di tensioni in equilibrio. La didattica costruita a partire da questi dati vincolanti rappresenta un’opportunità di sperimentazione che affronta il tema del riparo e della integrazione delle risorse ambientali in modo evolutivo. Qui la sostenibilità smette di essere una parola d’ordine ripetuta per inerzia e tenta di consolidarsi in forme coraggiose di equilibrio progettuale tra conoscenza e istintività dell’esecuzione. Torna piuttosto a essere una domanda concreta, quasi scomoda: che cosa può davvero fare l’architettura per un luogo già conformato, già in bilico, che sembra non avere alcun bisogno di noi? L’adeguamento a una norma non basta più. Occorre passare dalla difesa all’offerta: valutare in modo attivo quale contributo la disciplina possa dare alla costruzione dei luoghi. Non solo nel senso ecologico ed energetico, ma in quello più ampio della protezione, della preservazione, del mantenimento dell’ambiente inteso come (non)human surroundings. Fragile non vuol dire debole. Vuol dire esposto. Sensibile a ogni gesto, capace di registrare anche la più piccola delle nostre azioni e di restituirla amplificata. Chi sale nell’esperienza di costruire attraverso il percorso, la quota, lo sente prima ancora di capirlo, salire in montagna rappresenta una forma naturale di riduzione delle sovrastrutture, abbandonando il non necessario nel silenzio cadenzato che cambia il passo; in una nuvola che taglia netta la luce, nella sproporzione tra il proprio corpo e la parete della montagna. In quella sensazione precisa di essere ospiti e di dover chiedere permesso per potere progettare e riorganizzare in architettura le risorse disponibili.
2026
979-12-5953-271-8
979-12-5953-398-2
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