Nella piana di Carpi i resti dei due campi di concentramento nazi-fascisti si presentano con l'aria dimessa analoga a quella degli aguzzini divenuti, col tempo, vecchietti innocui. Riportare la conoscenza al centro della visita per scardinare la banalità del male e la sua assoluta inespressività, senza retorica, è stato il lavoro da noi svolto. L'idea è stata di isolare i resti perimetrandoli con un argine di terra, completando la loro disparizione alla scala percettiva del paesaggio. All'interno dei recinti , a fianco dei reperti in cui non si entrerà più, viene costruito il percorso museale dal quale, seguendo l'evoluzione narrativa della ricostruzione storica, si traguarda l'originale sempre filtrato dall'occhio della conoscenza. L'uscita all'aperto, per completare la visita, pone l'osservatore al di sopra degli argini, nella posizione di controllo dei carcerieri. Non c'è mai contatto diretto con il reperto, nè la compromissione scenografica(ricostruzioni etc) unica possibilità per ripristinare la scena della storia ormai scomparsa. A differenza di altri luoghi di annientamento rimasti quasi integri, Fossoli presenta solo rovine, simili a fabbriche dismesse, caserme, edifici apparentemente innocui. Tutto il distacco critico deve avvenire con lo studio dei documenti. Unica elemento poetico della scelta è di lasciare il campo ad una nuova segregazione, che completi il percorso che lo ha reso un frammento diverso da tutti i campi della pianura circostante. Già oggi la terra è dura come il ferro, la vegetazione spontaneamente attecchita trasforma il sito in una giungla nostrana, la vecchia segregazione perpetuata dopo guerra ha paradossalmente spostato questo frammento in una dimensione fisica cosmica, non più regolata dal ritmo della vita produttiva e degli uomini, ma quella di un frammento di pura natura. Così dovrebbe restare.La segregazione che ha prodotto morte produrrà una vita diversa da tutte quelle circostanti.

"Museo della Deportazione", località Fossoli, Carpi,Concorso Internazionaleprimo premio ex aequo

GALANTINO, MAURO;
1989

Abstract

Nella piana di Carpi i resti dei due campi di concentramento nazi-fascisti si presentano con l'aria dimessa analoga a quella degli aguzzini divenuti, col tempo, vecchietti innocui. Riportare la conoscenza al centro della visita per scardinare la banalità del male e la sua assoluta inespressività, senza retorica, è stato il lavoro da noi svolto. L'idea è stata di isolare i resti perimetrandoli con un argine di terra, completando la loro disparizione alla scala percettiva del paesaggio. All'interno dei recinti , a fianco dei reperti in cui non si entrerà più, viene costruito il percorso museale dal quale, seguendo l'evoluzione narrativa della ricostruzione storica, si traguarda l'originale sempre filtrato dall'occhio della conoscenza. L'uscita all'aperto, per completare la visita, pone l'osservatore al di sopra degli argini, nella posizione di controllo dei carcerieri. Non c'è mai contatto diretto con il reperto, nè la compromissione scenografica(ricostruzioni etc) unica possibilità per ripristinare la scena della storia ormai scomparsa. A differenza di altri luoghi di annientamento rimasti quasi integri, Fossoli presenta solo rovine, simili a fabbriche dismesse, caserme, edifici apparentemente innocui. Tutto il distacco critico deve avvenire con lo studio dei documenti. Unica elemento poetico della scelta è di lasciare il campo ad una nuova segregazione, che completi il percorso che lo ha reso un frammento diverso da tutti i campi della pianura circostante. Già oggi la terra è dura come il ferro, la vegetazione spontaneamente attecchita trasforma il sito in una giungla nostrana, la vecchia segregazione perpetuata dopo guerra ha paradossalmente spostato questo frammento in una dimensione fisica cosmica, non più regolata dal ritmo della vita produttiva e degli uomini, ma quella di un frammento di pura natura. Così dovrebbe restare.La segregazione che ha prodotto morte produrrà una vita diversa da tutte quelle circostanti.
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