Il passaggio dal cinematografo al cinema ha realizzato un cambiamento epocaIe nel quale il prodigio tecnico si è trasformato in congegno industriale di produzione di fantasie. Non si tratta tuttavia di una trasformazione definitiva, poiché sin dall'inizio il cinema è ritornato costantemente alla sua fonte per riprender fiato e nuovo slancio. Og ni volta che gli elementi narrativi diventano stereotipi o inglobati in cliché, il cinema ha saputo rivitalizzarsi facendo appello alIa magica tecnica. Da la Sirène o Polichinelle en liberté fino a Evhoé o Esciué, Maricò Valente ha sempre seguito questa dinamica costante che vuole che il cinema, industria culturale, faccia ricorso continuamente al cinematografo come strumento tecnologico, nella sua doppia origine dunque di macchina produttiva e di fonte di meraviglia e stordimento. Le scene del film Esciué quindi all'inizio sembrano modellate sulla forma del racconto ma, man mano che si procede, la velocità aumenta e il ritmo accelerato diventa melodia ossessiva, sinestesia di suono ed immagine rituale coreico primitivo. La natura terapeutica delle danze coreiche -molto diffuse nel sud Italia- è stata ampiamente studiata dagli etnologi; i movimenti rapidi, involontari e convulsi favorendo un contatto panico diretto con la natura, permettono di scacciare gli spiriti malvagi che hanno invaso il corpo. Grazie a questa conoscenza ancestrale, le sue radici napoletane e i suoi studi di antropologia Maricò Valente ha ampiamente enfatizzato il suo immaginario con archetipi legati a questa singolare forma di danza: la regista descrive minuziosamente nel suo film l'ebbrezza che essa suscita nell'oscurità dei boschi o nel violento avanzamento delle acque. L'opera di Maricò Valente, lungi dal proporci la visione documentaria di una realtà che si osserva dall'esterno; si prodiga per farci partecipare all'esperienza diretta di un rituale incantato che partecipa sia del Pharmakon mitico che del cinema come macchina produttrice di emozioni.

Escuié

GRASSI, CARLO
2004

Abstract

Il passaggio dal cinematografo al cinema ha realizzato un cambiamento epocaIe nel quale il prodigio tecnico si è trasformato in congegno industriale di produzione di fantasie. Non si tratta tuttavia di una trasformazione definitiva, poiché sin dall'inizio il cinema è ritornato costantemente alla sua fonte per riprender fiato e nuovo slancio. Og ni volta che gli elementi narrativi diventano stereotipi o inglobati in cliché, il cinema ha saputo rivitalizzarsi facendo appello alIa magica tecnica. Da la Sirène o Polichinelle en liberté fino a Evhoé o Esciué, Maricò Valente ha sempre seguito questa dinamica costante che vuole che il cinema, industria culturale, faccia ricorso continuamente al cinematografo come strumento tecnologico, nella sua doppia origine dunque di macchina produttiva e di fonte di meraviglia e stordimento. Le scene del film Esciué quindi all'inizio sembrano modellate sulla forma del racconto ma, man mano che si procede, la velocità aumenta e il ritmo accelerato diventa melodia ossessiva, sinestesia di suono ed immagine rituale coreico primitivo. La natura terapeutica delle danze coreiche -molto diffuse nel sud Italia- è stata ampiamente studiata dagli etnologi; i movimenti rapidi, involontari e convulsi favorendo un contatto panico diretto con la natura, permettono di scacciare gli spiriti malvagi che hanno invaso il corpo. Grazie a questa conoscenza ancestrale, le sue radici napoletane e i suoi studi di antropologia Maricò Valente ha ampiamente enfatizzato il suo immaginario con archetipi legati a questa singolare forma di danza: la regista descrive minuziosamente nel suo film l'ebbrezza che essa suscita nell'oscurità dei boschi o nel violento avanzamento delle acque. L'opera di Maricò Valente, lungi dal proporci la visione documentaria di una realtà che si osserva dall'esterno; si prodiga per farci partecipare all'esperienza diretta di un rituale incantato che partecipa sia del Pharmakon mitico che del cinema come macchina produttrice di emozioni.
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