IT_Ripensare il tema del bunker significa innanzitutto riflettere su un interno apparentemente inabitabile che si invera come pura controforma tecnologica. Questo tema architettonico dai contorni paradossali mette in discussione tutte le categorie che storicamente hanno dato vita allo spazio dell’interno: le caratteristiche dimensionali, i materiali adatti agli usi umani, l'idea di comfort e il dialogo con l’esterno e il contesto. Sorge quindi una domanda fondamentale: come ci si è arrivati? I bunker nascono dallo sviluppo delle tecniche di costruzione grazie all'uso sistematico di due materiali a presa rapida: il cemento armato e l'acciaio. Essi sono l’ultimo capitolo della storia delle fortezze sviluppate in funzione dell’introduzione delle armi da fuoco, ripensate in una versione del tutto inedita sia in termini di forme, sia per dimensioni: lo sviluppo della progettazione di contenitori per alloggiare apparati dinamici di particolare complessità meccanica. Il tema del contenitore architettonico speciale, dimensionato in base agli ingombri delle macchine, può essere riletto attraverso la lente del microcosmo benjaminiano dell'interieur, condizione e figura morfologica basata sul principio dell'impronta, del rapporto tra solido e vuoto che lo accoglie. Questi edifici-contenitori, grazie alla duttilità e alla leggerezza delle costruzioni in acciaio, possono espandersi e diventare Passages, “costruzioni di collegamento” che possono identificarsi quali sofisticati miraggi spazio-temporali, strumenti ottico-percettivi del rapporto tra memoria e modificazione. Le costruzioni in cemento armato declinano il principio delle campate accostate, in base alla necessità di dare forma ad architetture caratterizzate dal transito dei mezzi che ospitano: come contro-forme di macchine nell’industria, bacini di carenaggio, grandi stazioni ferroviarie. Questo processo ha origine dalle nuove declinazioni morfologiche del moderno che rielaborano lo spazio interno originario alle diverse scale dell'architettura e degli oggetti: dallo speos al sarcofago antropomorfo. È quindi possibile tentare di tracciare una genealogia di architetture e manufatti di bunker-sarcofago in cemento armato, in una varietà di precursori antichi di diversa scala e consistenza materica, fino agli edifici-macchine, oggetti-impronte di matrice industriale. Il tema specifico che si propone di analizzare è quello dei bunker per sottomarini che rappresentano il caso- limite di questa genealogia, in base alle loro intrinseche caratteristiche tecniche e morfologiche, dalle quali deriva un’inaspettata valenza estetica. Ed è a causa di queste caratteristiche, insieme oniriche e sinistre, che la violenta materialità e “monumentalità indiretta” di cui i bunker sono portatori grazie a un'inedita declinazione del rapporto tra mito e immagine, li identifica quali rovine della modernità, del suo lato più sfuggente: l’intrinseca componente apocalittica, proiettata in una dimensione estetica che tende pericolosamente ad allontanarli dal proprio contesto storico, trasformando i bunker in giganteschi cabinets des mirages dotati di un’inquietante autonomia. EN_Rethinking the theme of the bunker means first of all reflecting on an apparently uninhabitable interior that inverts as a pure technological counterform. This architectural theme with its paradoxical contours calls into question all the categories that have historically given rise to the space of the interior: dimensional characteristics, materials suitable for human use, the idea of comfort and dialogue with the outside and the context. A fundamental question then arises: how did we get there? Bunkers were born out of the development of construction techniques through the systematic use of two fast-setting materials: reinforced concrete and steel. They are the latest chapter in the history of forts developed in function of the introduction of firearms, rethought in a completely new version both in terms of shape and size: the development of the design of containers to house dynamic apparatus of particular mechanical complexity. The theme of the special architectural container, sized according to the dimensions of the machines, can be reread through the lens of the Benjaminian microcosm of the interieur, a condition and morphological figure based on the principle of the imprint, of the relationship between the solid and the void that accommodates it. These buildings-containers, thanks to the ductility and lightness of steel constructions, can expand and become Passages, ‘connecting constructions’ that can be identified as sophisticated spatio-temporal mirages, optical-perceptual instruments of the relationship between memory and modification. Reinforced concrete constructions decline the principle of juxtaposed spans, based on the need to give form to architectures characterised by the transit of the means they house: such as machine counter-forms in industry, dry docks, large railway stations. This process originates from the new morphological declinations of the modern that rework the original interior space at different scales of architecture and objects: from the speos to the anthropomorphic sarcophagus. It is therefore possible to attempt to trace a genealogy of reinforced concrete bunker-sarcophagus architectures and artefacts, in a variety of ancient precursors of different scales and material consistencies, up to machine-buildings, object-imprints of industrial matrix. The specific theme that we propose to analyse is that of submarine bunkers, which represent the borderline case of this genealogy, on the basis of their intrinsic technical and morphological characteristics, from which derives an unexpected aesthetic value. And it is because of these characteristics, at once dreamlike and sinister, that the violent materiality and ‘indirect monumentality’ of which the bunkers are bearers, thanks to an unprecedented declination of the relationship between myth and image, identifies them as ruins of modernity, of its most elusive side: the intrinsic apocalyptic component, projected into an aesthetic dimension that tends dangerously to distance them from their historical context, transforming the bunkers into gigantic cabinets des mirages endowed with a disturbing autonomy.

Dall'astuccio al bunker. L'interno-sarcofago come controforma della macchina-sottomarino: cosa contiene cosa?

Guido Morpurgo
2021-01-01

Abstract

IT_Ripensare il tema del bunker significa innanzitutto riflettere su un interno apparentemente inabitabile che si invera come pura controforma tecnologica. Questo tema architettonico dai contorni paradossali mette in discussione tutte le categorie che storicamente hanno dato vita allo spazio dell’interno: le caratteristiche dimensionali, i materiali adatti agli usi umani, l'idea di comfort e il dialogo con l’esterno e il contesto. Sorge quindi una domanda fondamentale: come ci si è arrivati? I bunker nascono dallo sviluppo delle tecniche di costruzione grazie all'uso sistematico di due materiali a presa rapida: il cemento armato e l'acciaio. Essi sono l’ultimo capitolo della storia delle fortezze sviluppate in funzione dell’introduzione delle armi da fuoco, ripensate in una versione del tutto inedita sia in termini di forme, sia per dimensioni: lo sviluppo della progettazione di contenitori per alloggiare apparati dinamici di particolare complessità meccanica. Il tema del contenitore architettonico speciale, dimensionato in base agli ingombri delle macchine, può essere riletto attraverso la lente del microcosmo benjaminiano dell'interieur, condizione e figura morfologica basata sul principio dell'impronta, del rapporto tra solido e vuoto che lo accoglie. Questi edifici-contenitori, grazie alla duttilità e alla leggerezza delle costruzioni in acciaio, possono espandersi e diventare Passages, “costruzioni di collegamento” che possono identificarsi quali sofisticati miraggi spazio-temporali, strumenti ottico-percettivi del rapporto tra memoria e modificazione. Le costruzioni in cemento armato declinano il principio delle campate accostate, in base alla necessità di dare forma ad architetture caratterizzate dal transito dei mezzi che ospitano: come contro-forme di macchine nell’industria, bacini di carenaggio, grandi stazioni ferroviarie. Questo processo ha origine dalle nuove declinazioni morfologiche del moderno che rielaborano lo spazio interno originario alle diverse scale dell'architettura e degli oggetti: dallo speos al sarcofago antropomorfo. È quindi possibile tentare di tracciare una genealogia di architetture e manufatti di bunker-sarcofago in cemento armato, in una varietà di precursori antichi di diversa scala e consistenza materica, fino agli edifici-macchine, oggetti-impronte di matrice industriale. Il tema specifico che si propone di analizzare è quello dei bunker per sottomarini che rappresentano il caso- limite di questa genealogia, in base alle loro intrinseche caratteristiche tecniche e morfologiche, dalle quali deriva un’inaspettata valenza estetica. Ed è a causa di queste caratteristiche, insieme oniriche e sinistre, che la violenta materialità e “monumentalità indiretta” di cui i bunker sono portatori grazie a un'inedita declinazione del rapporto tra mito e immagine, li identifica quali rovine della modernità, del suo lato più sfuggente: l’intrinseca componente apocalittica, proiettata in una dimensione estetica che tende pericolosamente ad allontanarli dal proprio contesto storico, trasformando i bunker in giganteschi cabinets des mirages dotati di un’inquietante autonomia. EN_Rethinking the theme of the bunker means first of all reflecting on an apparently uninhabitable interior that inverts as a pure technological counterform. This architectural theme with its paradoxical contours calls into question all the categories that have historically given rise to the space of the interior: dimensional characteristics, materials suitable for human use, the idea of comfort and dialogue with the outside and the context. A fundamental question then arises: how did we get there? Bunkers were born out of the development of construction techniques through the systematic use of two fast-setting materials: reinforced concrete and steel. They are the latest chapter in the history of forts developed in function of the introduction of firearms, rethought in a completely new version both in terms of shape and size: the development of the design of containers to house dynamic apparatus of particular mechanical complexity. The theme of the special architectural container, sized according to the dimensions of the machines, can be reread through the lens of the Benjaminian microcosm of the interieur, a condition and morphological figure based on the principle of the imprint, of the relationship between the solid and the void that accommodates it. These buildings-containers, thanks to the ductility and lightness of steel constructions, can expand and become Passages, ‘connecting constructions’ that can be identified as sophisticated spatio-temporal mirages, optical-perceptual instruments of the relationship between memory and modification. Reinforced concrete constructions decline the principle of juxtaposed spans, based on the need to give form to architectures characterised by the transit of the means they house: such as machine counter-forms in industry, dry docks, large railway stations. This process originates from the new morphological declinations of the modern that rework the original interior space at different scales of architecture and objects: from the speos to the anthropomorphic sarcophagus. It is therefore possible to attempt to trace a genealogy of reinforced concrete bunker-sarcophagus architectures and artefacts, in a variety of ancient precursors of different scales and material consistencies, up to machine-buildings, object-imprints of industrial matrix. The specific theme that we propose to analyse is that of submarine bunkers, which represent the borderline case of this genealogy, on the basis of their intrinsic technical and morphological characteristics, from which derives an unexpected aesthetic value. And it is because of these characteristics, at once dreamlike and sinister, that the violent materiality and ‘indirect monumentality’ of which the bunkers are bearers, thanks to an unprecedented declination of the relationship between myth and image, identifies them as ruins of modernity, of its most elusive side: the intrinsic apocalyptic component, projected into an aesthetic dimension that tends dangerously to distance them from their historical context, transforming the bunkers into gigantic cabinets des mirages endowed with a disturbing autonomy.
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Morpurgo G_Dall'astuccio al bunker_Engramma 185_2021.pdf

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Descrizione: Articolo completo con copertina, quarta, frontespizio, sommario e apparati
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11578/308200
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