Il territorio non è certo un elemento inamovibile bensì alterabile nel tempo e nello spazio. Le continue guerre, le differenze economiche o gli oppressivi sistemi governativi che perdurano in molte parti del mondo, parallelamente al fenomeno di globalizzazione, sono causa di una serie di processi di sconfinamento che, oggi più che mai, mettono in tensione partizioni territoriali consolidate, rivendicano un ruolo di prim ordine in ambito sociale, politico e territoriale. Viene da sé che una quanto più attenta e approfondita conoscenza geo politica è necessaria, per non dire sostanziale, dal momento che si rischia di cadere in un pericoloso vortice virtuale di realtà iper connesse e di confondere quel valore di limite spaziale quale strumento utile a garantire sicurezza di luogo nel suo valore identitario-culturale e individuale-sociale. Il territorio è si ‘spaziale’, ‘fisico’, da costruire, da addomesticare ma anche storico, politico… e quindi da usare come strumento conoscitivo e come dispositivo utile a trasformare la realtà in modo da influire e non poco sulle relazioni sociali interne ed esterne di un paese. In particolare, si osservano, nel presente studio, gli “Edifici della paura” (così definiti nel 2019 dall’Istituto Transnazionale di Amsterdam) ovvero i tanti muri che dividono il mondo e che vengono usati da stati in crisi preoccupati, prima a scala internazionale e poi nazionale, di rivendicare o indipendenze territoriali o sicurezza comunitaria messa in pericolo da forze esterne. A ben vedere dopo la corsa iniziale alla libertà, alla tanto acclamata globalizzazione i limiti fisici sono stati costruiti da molti Paesi preoccupati dal processo di superamento dei confini territoriali, sin anche plenari, in quanto potenziale minaccia per l’identità di luogo e anche, al tempo di Covid-19, di sanità individuale. In effetti, nella scena contemporanea il rapporto con lo spazio si chiude nel reale per aprire nel virtuale. Una realtà catapultata in una dimensione sconfinata e al contempo barricata a scala nazionale e poi individuale. Non a caso, si convalida quella primigenia ipotesi di mondo costruito secondo logiche politico-sociali nella quale il limite si fa macchina utile a orchestrare i rapporti fra soggetti interni ed esterni a una stessa circoscrizione statuale. Sino a che punto potrà spingersi questa ‘monumentalizzazione’ del limite che si fa beffa di noi e delle nostre paure è l’interrogativo a cui si è chiamati a rispondere dal momento che le barriere, nazionali o internazionali che siano, avanzano inesorabilmente, dimostrandosi sempre più strette tanto da fagocitarci in un cortocircuito che del limite proclama la sua vittoria e che, paradossalmente (l’epidemia è ovunque e dilaga ovunque), prende il sopravvento e riduce il nostro quotidiano a piccoli brandelli di spazialità. A partire dunque da un’analisi a larga scala che vede, nell’ultimo ventennio, un aumento esponenziale dei tracciati frontalieri barricati (in Europa e in Asia centrale quasi 30.000km e solo in UE più di 1.000km), si giunge a elevare il limite quale strumento disposto alla sicurezza sanitaria e quindi a una sua interpretazione a scala sociale-individuale che chiude lo spazio reale per aprire quello virtuale. Da un lato un mondo potenzialmente sconfinato e potenzialmente attraversabile e dall’altro un mondo diviso da limiti e frontiere barricate che a diverse scale, prima territoriali e poi sin anche personali, ci seguono e si spostano con noi. Mai come oggi si potrebbe dire che il limite convive con l’aspirazione all’illimitato e che il paradosso così come la contraddizione non sono solo latenti bensì ragione prima, valore intrinseco a ogni cosa.

Covid 19: sarà la vittoria del confine barricato o la sua fine?

Dalzero, Silvia
2019

Abstract

Il territorio non è certo un elemento inamovibile bensì alterabile nel tempo e nello spazio. Le continue guerre, le differenze economiche o gli oppressivi sistemi governativi che perdurano in molte parti del mondo, parallelamente al fenomeno di globalizzazione, sono causa di una serie di processi di sconfinamento che, oggi più che mai, mettono in tensione partizioni territoriali consolidate, rivendicano un ruolo di prim ordine in ambito sociale, politico e territoriale. Viene da sé che una quanto più attenta e approfondita conoscenza geo politica è necessaria, per non dire sostanziale, dal momento che si rischia di cadere in un pericoloso vortice virtuale di realtà iper connesse e di confondere quel valore di limite spaziale quale strumento utile a garantire sicurezza di luogo nel suo valore identitario-culturale e individuale-sociale. Il territorio è si ‘spaziale’, ‘fisico’, da costruire, da addomesticare ma anche storico, politico… e quindi da usare come strumento conoscitivo e come dispositivo utile a trasformare la realtà in modo da influire e non poco sulle relazioni sociali interne ed esterne di un paese. In particolare, si osservano, nel presente studio, gli “Edifici della paura” (così definiti nel 2019 dall’Istituto Transnazionale di Amsterdam) ovvero i tanti muri che dividono il mondo e che vengono usati da stati in crisi preoccupati, prima a scala internazionale e poi nazionale, di rivendicare o indipendenze territoriali o sicurezza comunitaria messa in pericolo da forze esterne. A ben vedere dopo la corsa iniziale alla libertà, alla tanto acclamata globalizzazione i limiti fisici sono stati costruiti da molti Paesi preoccupati dal processo di superamento dei confini territoriali, sin anche plenari, in quanto potenziale minaccia per l’identità di luogo e anche, al tempo di Covid-19, di sanità individuale. In effetti, nella scena contemporanea il rapporto con lo spazio si chiude nel reale per aprire nel virtuale. Una realtà catapultata in una dimensione sconfinata e al contempo barricata a scala nazionale e poi individuale. Non a caso, si convalida quella primigenia ipotesi di mondo costruito secondo logiche politico-sociali nella quale il limite si fa macchina utile a orchestrare i rapporti fra soggetti interni ed esterni a una stessa circoscrizione statuale. Sino a che punto potrà spingersi questa ‘monumentalizzazione’ del limite che si fa beffa di noi e delle nostre paure è l’interrogativo a cui si è chiamati a rispondere dal momento che le barriere, nazionali o internazionali che siano, avanzano inesorabilmente, dimostrandosi sempre più strette tanto da fagocitarci in un cortocircuito che del limite proclama la sua vittoria e che, paradossalmente (l’epidemia è ovunque e dilaga ovunque), prende il sopravvento e riduce il nostro quotidiano a piccoli brandelli di spazialità. A partire dunque da un’analisi a larga scala che vede, nell’ultimo ventennio, un aumento esponenziale dei tracciati frontalieri barricati (in Europa e in Asia centrale quasi 30.000km e solo in UE più di 1.000km), si giunge a elevare il limite quale strumento disposto alla sicurezza sanitaria e quindi a una sua interpretazione a scala sociale-individuale che chiude lo spazio reale per aprire quello virtuale. Da un lato un mondo potenzialmente sconfinato e potenzialmente attraversabile e dall’altro un mondo diviso da limiti e frontiere barricate che a diverse scale, prima territoriali e poi sin anche personali, ci seguono e si spostano con noi. Mai come oggi si potrebbe dire che il limite convive con l’aspirazione all’illimitato e che il paradosso così come la contraddizione non sono solo latenti bensì ragione prima, valore intrinseco a ogni cosa.
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