Richiamando le differenze tra gli studi critici e storiografici sviluppati in particolare degli ultimi trent’anni sulla figura e sull’opera di Franco Albini, si propone di attualizzarne il portato disciplinare attraverso lo sguardo dell’architetto operante. Ciò al fine di enucleare dal corpus delle opere albiniane la specifica cifra di architetto ‘trasmettitore’ di un metodo progettuale, alla luce del suo valore per l’architettura presente. Sulla base del rapporto tra ragione e storia si analizza criticamente l’eredità albiniana dall’interno dell’intreccio tra esercizio del progetto e trasmissione dell’esperienza nell’insegnamento. Riconsiderare questa eredità disciplinare dall’osservatorio presente pervaso dal frastuono prodotto dagli esercizi formali degli architetti, si inserisce nella prospettiva di studi che testimoniano di una nuova attenzione verso le opere di Albini che, al contrario, sono il risultato di un esercizio incessante di coerente rigore inventivo, condizioni che determinano la durata concettuale prima ancora che fisica dei suoi progetti. L’attività progettuale di questo Maestro silenzioso che proprio a Padova ha realizzato un’opera ultima di valore paradigmatico – l’incompiuto progetto per il Museo degli Eeremitani – rappresenta un modello di architettura del museo che ci trasmette ancora la coerenza di un metodo radicato nella scuola italiana del Moderno e nella sua differenza, basata sulla capacità di dialogare con le preesistenze attraverso l’eloquenza dei dettagli e la precisione di una ricerca che non ha mai separato la forma dall’uso. L’architettura, ci insegna Albini, è una ricerca difficile che nasce sempre dalla necessità, dalla sua essenza di pratica artistica fondata sulla relazione tra ragione e storia. Essa definisce le sue finalità in virtù della propria valenza sociale e non certo in funzione dell’esibizione formalista che oggi permea il presente della pratica architettonica.

Inattualità di Franco Albini: una lezione per il presente

Morpurgo, Guido Mario
2024-01-01

Abstract

Richiamando le differenze tra gli studi critici e storiografici sviluppati in particolare degli ultimi trent’anni sulla figura e sull’opera di Franco Albini, si propone di attualizzarne il portato disciplinare attraverso lo sguardo dell’architetto operante. Ciò al fine di enucleare dal corpus delle opere albiniane la specifica cifra di architetto ‘trasmettitore’ di un metodo progettuale, alla luce del suo valore per l’architettura presente. Sulla base del rapporto tra ragione e storia si analizza criticamente l’eredità albiniana dall’interno dell’intreccio tra esercizio del progetto e trasmissione dell’esperienza nell’insegnamento. Riconsiderare questa eredità disciplinare dall’osservatorio presente pervaso dal frastuono prodotto dagli esercizi formali degli architetti, si inserisce nella prospettiva di studi che testimoniano di una nuova attenzione verso le opere di Albini che, al contrario, sono il risultato di un esercizio incessante di coerente rigore inventivo, condizioni che determinano la durata concettuale prima ancora che fisica dei suoi progetti. L’attività progettuale di questo Maestro silenzioso che proprio a Padova ha realizzato un’opera ultima di valore paradigmatico – l’incompiuto progetto per il Museo degli Eeremitani – rappresenta un modello di architettura del museo che ci trasmette ancora la coerenza di un metodo radicato nella scuola italiana del Moderno e nella sua differenza, basata sulla capacità di dialogare con le preesistenze attraverso l’eloquenza dei dettagli e la precisione di una ricerca che non ha mai separato la forma dall’uso. L’architettura, ci insegna Albini, è una ricerca difficile che nasce sempre dalla necessità, dalla sua essenza di pratica artistica fondata sulla relazione tra ragione e storia. Essa definisce le sue finalità in virtù della propria valenza sociale e non certo in funzione dell’esibizione formalista che oggi permea il presente della pratica architettonica.
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