L’area di San Giuliano nella terraferma veneziana è identificata come zona a destinazione residenziale sin dalla metà degli anni ‘30, scelta discussa ma confermata da tutti gli strumenti urbanistici in seguito elaborati. Il Quartiere Aretusa, appartenente al VI nucleo del secondo settennio INA Casa, progettato e realizzato tra il 1956 e il 1961, si colloca tra il concorso del 1956-1957 di idee preliminari per l’elaborazione del Piano Regolatore Generale di Venezia e la sua stesura e approvazione nel 1962. Il progetto del quartiere deve essere letto nell’ambito del più vasto progetto di edificazione dell’area di Viale San Marco per INA-Casa progettato da Giuseppe Samonà e Luigi Piccinato con vari progettisti e collaboratori legati alla Scuola di Venezia. La progettazione del quartiere Aretusa viene affidata a due gruppi di progettazione, che corrispondono allo sviluppo di due sottonuclei: il gruppo coordinato da Piccinato cui Daniele Calabi fa parte e dove assume un ruolo determinante, con Bruno Barinci, Bruno Fedrigolli, Pier Maria Gaffarini, e il gruppo coordinato da Angelo Scattolin con Giulio Bullo, Enrico Capuzzo, Luciano Jogna, Antonio Salvadori, Giorgia Scattolin. Le planimetrie generali delle due aree di competenza sono sempre rappresentate in un unico master plan — e cartiglio unico, suddiviso in due parti; i due progetti sono identificati da una linea di separazione. Il concetto fondamentale è costituito dallo spazio pubblico centrale da quale si diramano percorsi mistilinei. Il progetto eredita la riflessione sviluppata in quegli anni sulla costituzione di nuclei abitativi per piccole comunità, sul concetto di quartiere, sulle unità di vicinato, favorendo le interazioni sociali grazie alla conformazione degli spazi pubblici e alla collocazione delle attrezzature, con attenzione alle altezze degli edifici e agli spazi verdi. Attenzione viene dedicata ai rapporti spaziali tra gli edifici — dati da distanze e altezze — e alla adozione di tipi edilizi diversificati. Particolare, esplicito riferimento viene fatto alla ripresa — che non è solo evocativa — di spazialità che caratterizzano la città storica di Venezia pensata come territorio di origine dei nuovi abitanti.

In attesa del Piano Regolatore Generale di Venezia. Sperimentazioni di modelli insediativi residenziali per l’espansione urbana: il quartiere Aretusa

Maura Manzelle
In corso di stampa

Abstract

L’area di San Giuliano nella terraferma veneziana è identificata come zona a destinazione residenziale sin dalla metà degli anni ‘30, scelta discussa ma confermata da tutti gli strumenti urbanistici in seguito elaborati. Il Quartiere Aretusa, appartenente al VI nucleo del secondo settennio INA Casa, progettato e realizzato tra il 1956 e il 1961, si colloca tra il concorso del 1956-1957 di idee preliminari per l’elaborazione del Piano Regolatore Generale di Venezia e la sua stesura e approvazione nel 1962. Il progetto del quartiere deve essere letto nell’ambito del più vasto progetto di edificazione dell’area di Viale San Marco per INA-Casa progettato da Giuseppe Samonà e Luigi Piccinato con vari progettisti e collaboratori legati alla Scuola di Venezia. La progettazione del quartiere Aretusa viene affidata a due gruppi di progettazione, che corrispondono allo sviluppo di due sottonuclei: il gruppo coordinato da Piccinato cui Daniele Calabi fa parte e dove assume un ruolo determinante, con Bruno Barinci, Bruno Fedrigolli, Pier Maria Gaffarini, e il gruppo coordinato da Angelo Scattolin con Giulio Bullo, Enrico Capuzzo, Luciano Jogna, Antonio Salvadori, Giorgia Scattolin. Le planimetrie generali delle due aree di competenza sono sempre rappresentate in un unico master plan — e cartiglio unico, suddiviso in due parti; i due progetti sono identificati da una linea di separazione. Il concetto fondamentale è costituito dallo spazio pubblico centrale da quale si diramano percorsi mistilinei. Il progetto eredita la riflessione sviluppata in quegli anni sulla costituzione di nuclei abitativi per piccole comunità, sul concetto di quartiere, sulle unità di vicinato, favorendo le interazioni sociali grazie alla conformazione degli spazi pubblici e alla collocazione delle attrezzature, con attenzione alle altezze degli edifici e agli spazi verdi. Attenzione viene dedicata ai rapporti spaziali tra gli edifici — dati da distanze e altezze — e alla adozione di tipi edilizi diversificati. Particolare, esplicito riferimento viene fatto alla ripresa — che non è solo evocativa — di spazialità che caratterizzano la città storica di Venezia pensata come territorio di origine dei nuovi abitanti.
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