Generalmente si pensa alle infrastrutture come opere specializzate, atte a svolgere una funzione tecnica: la strada smaltisce il traffico mentre il canale fa defluire l’acqua. Quando però si depositano sul territorio, alimentando il processo di produzione e riproduzione del nostro ambiente di vita, anche le infrastrutture più semplici diventano complessi dispositivi, “supporti”, “basamenti” che continuamente reinterpretiamo e ricicliamo. Ad esempio: i canali diventano scenari per le vacanze in house boat; le dighe formano laghi da cartolina, i ponti diventano patrimonio. Forse è proprio questo che le rende doppiamente interessanti per la cultura urbanistica: da un lato per la loro fertile ambiguità, la loro ambivalenza, il loro partire come semplici device e diventare nel tempo materiale fondativo del paesaggio; dall’altro perché spesso si tratta di materiali che stanno tra l’umano e il non umano, opere che svolgono ruolo di mediazione e relazione tra società e ambiente: pensiamo ad esempio ai corsi d’acqua, ai quali chiediamo inizialmente di regolare il flusso idraulico (essere tubi monofunzionali) ma con il tempo diventano “infrastruttura verde e blu”. A partire da queste ipotesi possiamo allora porci alcune domande (di ricerca) pensando alle “nuove infrastrutture”, da quelle energetiche a quelle informatiche, da quelle legate alla mobilità attiva a quelle necessarie per affrontare i cambiamenti climatici: di che cosa parliamo quando parliamo di infrastrutture oggi? Che cosa dovremo immaginare e realizzare nei decenni a venire?
Oltre il device: le infrastrutture come dispositivi ibridi e polivalenti
Munarin, Stefano
2025-01-01
Abstract
Generalmente si pensa alle infrastrutture come opere specializzate, atte a svolgere una funzione tecnica: la strada smaltisce il traffico mentre il canale fa defluire l’acqua. Quando però si depositano sul territorio, alimentando il processo di produzione e riproduzione del nostro ambiente di vita, anche le infrastrutture più semplici diventano complessi dispositivi, “supporti”, “basamenti” che continuamente reinterpretiamo e ricicliamo. Ad esempio: i canali diventano scenari per le vacanze in house boat; le dighe formano laghi da cartolina, i ponti diventano patrimonio. Forse è proprio questo che le rende doppiamente interessanti per la cultura urbanistica: da un lato per la loro fertile ambiguità, la loro ambivalenza, il loro partire come semplici device e diventare nel tempo materiale fondativo del paesaggio; dall’altro perché spesso si tratta di materiali che stanno tra l’umano e il non umano, opere che svolgono ruolo di mediazione e relazione tra società e ambiente: pensiamo ad esempio ai corsi d’acqua, ai quali chiediamo inizialmente di regolare il flusso idraulico (essere tubi monofunzionali) ma con il tempo diventano “infrastruttura verde e blu”. A partire da queste ipotesi possiamo allora porci alcune domande (di ricerca) pensando alle “nuove infrastrutture”, da quelle energetiche a quelle informatiche, da quelle legate alla mobilità attiva a quelle necessarie per affrontare i cambiamenti climatici: di che cosa parliamo quando parliamo di infrastrutture oggi? Che cosa dovremo immaginare e realizzare nei decenni a venire?| File | Dimensione | Formato | |
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