IT - Nell’estesa vicenda di realizzazione del Memoriale della Shoah, la biblioteca - edificio dotato di autonomia morfologica e concettuale - è stata la prima opera ad essere iniziata e l’ultima ad essere conclusa. Essa ha il ruolo di rielaborare attraverso la ricerca un evento radicale privo di immagine, rappresentando una soluzione senza precedenti nei Memoriali realizzati nei luoghi delle deportazioni razziali e politiche. La biblioteca ha nelle intenzioni degli autori un significato politico: si propone di esprimere la volontà di testimoniare tramite il conoscere. In quanto tale, essa è progettata per rappresentare una forma significante con cui tentare di misurare lo iato tra interpretazione critica attraverso l’architettura e sbilanciamento retorico dell’agiografia. La biblioteca del Memoriale ‘spacca’ lo smisurato terminal delle deportazioni e lo trasforma in un evento spaziale dedicato alla rielaborazione collettiva: è un tentativo di riorganizzazione ordinata del pensiero in uno sito che è l’emblema di una frattura epistemologica radicale nello sviluppo della civiltà occidentale. Come? Togliendo materiale, distanziando il nuovo dalla preesistenza storica, rimisurando il vuoto e cercando di stabilire un principio di coerenza interna mediante la ricerca di unità organica tra la parte e il tutto nel disegno del dettaglio, quintessenza linguistica e formale del progetto. Il vuoto in cui è inserito il volume della biblioteca è stato prodotto da un’azione inaugurale decisiva e irreversibile: uno ‘scavo’ nella stazione-reperto archeologico della modernità che ha riportato le strutture in cemento a vista che danno forma all’intera area - in parte alterata dopo il 1945 - alla loro ‘infanzia costruttiva’ e facendo spazio per il nuovo. Il risultato è un ‘vuoto nel pieno’ che espande in un unico ambiente il piano della città nella profondità ipogea della stazione, nel quale è inserito un telaio spaziale in cui struttura e forma coincidono. Esso si offre al presente in ideale continuità con un’altra forma del vuoto senza precedenti e anch’essa priva di immagine: il Monumento al Deportato dei BBPR. Misurando per distanziamento il passo delle strutture della stazione, l’involucro in acciaio e vetro della biblioteca è ancorato al terreno con un elemento tettonico: il muro longitudinale interno di cemento armato a vista che connette gli spazi di ricerca, consultazione e lettura separandoli dall’area delle deportazioni. La tensione tra tettonica del muro e involucro smaterializzato produce un’immagine sospesa a cui è affidato il bilanciamento tra il vuoto dell’‘edificio nell’edificio’ e il pieno risonante della stazione prodotto dalla densità delle sue gigantesche colonne che, ritmando l’immane sala ipostila, ne definiscono l’incorruttibile spazialità ortogonale. La biblioteca-edificio diviene così una forma di concentrazione semantica, di memoria collettiva, di cui i libri esposti ai visitatori e alla coscienza storica rappresentano i mattoni: testimoni silenziosi di un sapere operante che si riallinea in un luogo di eventi irrappresentabili. - EN - Within the long and complex process of realizing the Holocaust Memorial, the library—an architectural entity endowed with both morphological and conceptual autonomy—was the first component to be initiated and the last to be completed. Its purpose is to rework, through research, a radical event devoid of any image, representing an unprecedented solution among memorials established at sites of racial and political deportation. In the authors’ intentions, the library carries a distinctly political meaning: it seeks to express the will to bear witness through knowledge. As such, it is conceived as a meaningful form through which to gauge the gap between critical interpretation mediated by architecture and the rhetorical imbalance of hagiography. The Memorial library “splits” the vast deportation terminal and transforms it into a spatial event dedicated to collective reflection and re-elaboration. It is an attempt to reorganize thought in an ordered manner within a site that stands as the emblem of a radical epistemological rupture in the development of Western civilization. How is this achieved? By removing material; by distancing the new intervention from the historical fabric; by recalibrating the void; and by seeking to establish a principle of internal coherence through the pursuit of an organic unity between part and whole in the design of the detail—the linguistic and formal quintessence of the project. The void into which the library volume is inserted was created through a decisive and irreversible inaugural act: an excavation within the station, understood as an archaeological artifact of modernity. This operation brought the exposed concrete structures that shape the entire area—partially altered after 1945—back to their “constructive infancy,” while simultaneously making room for the new intervention. The result is a “void within the solid,” extending the plane of the city into the subterranean depth of the station as a single spatial environment, within which a spatial frame is inserted whose structure and form coincide. It presents itself to the present in ideal continuity with another unprecedented form of void, likewise devoid of image: the Monumento al Deportato by BBPR. Measured through its deliberate offset from the station’s structural grid, the library’s steel-and-glass envelope is anchored to the ground by a tectonic element: the internal longitudinal wall of exposed reinforced concrete that connects the spaces dedicated to research, consultation, and reading, while separating them from the deportation area. The tension between the wall’s tectonic presence and the dematerialized envelope generates a suspended image entrusted with balancing the void of the “building within the building” against the resonant mass of the station. This latter condition is produced by the density of its gigantic columns, which rhythmically articulate the immense hypostyle hall and define its incorruptible orthogonal spatiality. The library-building thus becomes a form of semantic concentration, a repository of collective memory whose constituent bricks are the books displayed to visitors and to historical consciousness itself: silent witnesses to an active body of knowledge that realigns itself within a place marked by events that remain fundamentally beyond representation.
Il vuoto nel pieno. L’edificio-biblioteca del Memoriale della Shoah a Milano = The Void in Fullness. The Library-Building of the Shoah Memorial in Milan.
Morpurgo, Guido Mario
2026-01-01
Abstract
IT - Nell’estesa vicenda di realizzazione del Memoriale della Shoah, la biblioteca - edificio dotato di autonomia morfologica e concettuale - è stata la prima opera ad essere iniziata e l’ultima ad essere conclusa. Essa ha il ruolo di rielaborare attraverso la ricerca un evento radicale privo di immagine, rappresentando una soluzione senza precedenti nei Memoriali realizzati nei luoghi delle deportazioni razziali e politiche. La biblioteca ha nelle intenzioni degli autori un significato politico: si propone di esprimere la volontà di testimoniare tramite il conoscere. In quanto tale, essa è progettata per rappresentare una forma significante con cui tentare di misurare lo iato tra interpretazione critica attraverso l’architettura e sbilanciamento retorico dell’agiografia. La biblioteca del Memoriale ‘spacca’ lo smisurato terminal delle deportazioni e lo trasforma in un evento spaziale dedicato alla rielaborazione collettiva: è un tentativo di riorganizzazione ordinata del pensiero in uno sito che è l’emblema di una frattura epistemologica radicale nello sviluppo della civiltà occidentale. Come? Togliendo materiale, distanziando il nuovo dalla preesistenza storica, rimisurando il vuoto e cercando di stabilire un principio di coerenza interna mediante la ricerca di unità organica tra la parte e il tutto nel disegno del dettaglio, quintessenza linguistica e formale del progetto. Il vuoto in cui è inserito il volume della biblioteca è stato prodotto da un’azione inaugurale decisiva e irreversibile: uno ‘scavo’ nella stazione-reperto archeologico della modernità che ha riportato le strutture in cemento a vista che danno forma all’intera area - in parte alterata dopo il 1945 - alla loro ‘infanzia costruttiva’ e facendo spazio per il nuovo. Il risultato è un ‘vuoto nel pieno’ che espande in un unico ambiente il piano della città nella profondità ipogea della stazione, nel quale è inserito un telaio spaziale in cui struttura e forma coincidono. Esso si offre al presente in ideale continuità con un’altra forma del vuoto senza precedenti e anch’essa priva di immagine: il Monumento al Deportato dei BBPR. Misurando per distanziamento il passo delle strutture della stazione, l’involucro in acciaio e vetro della biblioteca è ancorato al terreno con un elemento tettonico: il muro longitudinale interno di cemento armato a vista che connette gli spazi di ricerca, consultazione e lettura separandoli dall’area delle deportazioni. La tensione tra tettonica del muro e involucro smaterializzato produce un’immagine sospesa a cui è affidato il bilanciamento tra il vuoto dell’‘edificio nell’edificio’ e il pieno risonante della stazione prodotto dalla densità delle sue gigantesche colonne che, ritmando l’immane sala ipostila, ne definiscono l’incorruttibile spazialità ortogonale. La biblioteca-edificio diviene così una forma di concentrazione semantica, di memoria collettiva, di cui i libri esposti ai visitatori e alla coscienza storica rappresentano i mattoni: testimoni silenziosi di un sapere operante che si riallinea in un luogo di eventi irrappresentabili. - EN - Within the long and complex process of realizing the Holocaust Memorial, the library—an architectural entity endowed with both morphological and conceptual autonomy—was the first component to be initiated and the last to be completed. Its purpose is to rework, through research, a radical event devoid of any image, representing an unprecedented solution among memorials established at sites of racial and political deportation. In the authors’ intentions, the library carries a distinctly political meaning: it seeks to express the will to bear witness through knowledge. As such, it is conceived as a meaningful form through which to gauge the gap between critical interpretation mediated by architecture and the rhetorical imbalance of hagiography. The Memorial library “splits” the vast deportation terminal and transforms it into a spatial event dedicated to collective reflection and re-elaboration. It is an attempt to reorganize thought in an ordered manner within a site that stands as the emblem of a radical epistemological rupture in the development of Western civilization. How is this achieved? By removing material; by distancing the new intervention from the historical fabric; by recalibrating the void; and by seeking to establish a principle of internal coherence through the pursuit of an organic unity between part and whole in the design of the detail—the linguistic and formal quintessence of the project. The void into which the library volume is inserted was created through a decisive and irreversible inaugural act: an excavation within the station, understood as an archaeological artifact of modernity. This operation brought the exposed concrete structures that shape the entire area—partially altered after 1945—back to their “constructive infancy,” while simultaneously making room for the new intervention. The result is a “void within the solid,” extending the plane of the city into the subterranean depth of the station as a single spatial environment, within which a spatial frame is inserted whose structure and form coincide. It presents itself to the present in ideal continuity with another unprecedented form of void, likewise devoid of image: the Monumento al Deportato by BBPR. Measured through its deliberate offset from the station’s structural grid, the library’s steel-and-glass envelope is anchored to the ground by a tectonic element: the internal longitudinal wall of exposed reinforced concrete that connects the spaces dedicated to research, consultation, and reading, while separating them from the deportation area. The tension between the wall’s tectonic presence and the dematerialized envelope generates a suspended image entrusted with balancing the void of the “building within the building” against the resonant mass of the station. This latter condition is produced by the density of its gigantic columns, which rhythmically articulate the immense hypostyle hall and define its incorruptible orthogonal spatiality. The library-building thus becomes a form of semantic concentration, a repository of collective memory whose constituent bricks are the books displayed to visitors and to historical consciousness itself: silent witnesses to an active body of knowledge that realigns itself within a place marked by events that remain fundamentally beyond representation.| File | Dimensione | Formato | |
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