Il paper tratta del rapporto tra Ernesto N. Rogers e la città di Milano alla luce delle polarità dell’internazionalismo e del tradizionalismo Considerata sotto il profilo della tipologia dei ruoli, Milano è una città ‘ideologica’ che però non ha mai rinunziato alla tradizione. Il caso di Ernesto N. Rogers si presta a riscontri diversi del rapporto architetto/città, data la sfaccettatura dell’uomo – intellettuale, architetto e artista integrale. Ben salda è stata la sua fiducia nella operabilità disciplinare senza limiti, trasmessagli dai protagonisti del Movimento Moderno. Tale fiducia contemplava tra l’altro la preminenza del metodo sul linguaggio. Per introdurre le polarità dello “internazionalismo” e del “tradizionalismo”, nel paper si richiama l’articolo di Giuseppe Samonà “Internazionalismo e tradizionalismo architettonico” (1929). Questi vi aveva interpretato le opere dei paesi europei avanzati e quelle italiane in termini rispettivamente di nuovo “romanticismo” e di “classicità”. Una tale interpretazione è tornata particolarmente utile per inquadrare la problematica di Rogers e le opere dello studio BBPR. In Rogers l’inclinazione ‘naturale’ all’internazionalità finì per interagire con l’interesse per la tradizione. Ma per cogliere le mediazioni disciplinari messe in atto da Rogers a partire dalla seconda metà degli anni ’50 del secolo scorso, occorre riandare alle sue riflessioni sulle “preesistenze” (ambientali). A questo stesso riguardo furono diversamente importanti le sollecitazioni dei redattori della rivista “Casabella continuità” – da lui diretta -, e le spinte degli assistenti in ambito didattico. Il rapporto internazionalismo/tradizionalismo viene poi verificato in quattro opere-campione dello studio BBPR. La “Casa del sabato per gli sposi”, realizzata per la V° Triennale di Milano (1933), in quanto prototipo temporaneo illustrava il codice razionalista, non senza mettere in gioco alcuni aspetti della declinazione italiana. Il progetto di concorso per il “Palazzo del Littorio e della Mostra della Rivoluzione Fascista” (Roma, 1934), sviluppato in collaborazione con Luigi Figini e Gino Pollini, rispondeva all’intento di mostrare la ‘compatibilità’ del codice razionalista con la architettura della capitale dell’Impero. Radicale e perentorio, il progetto proponeva per i tre edifici soluzioni che si misuravano con la valenza simbolico-rappresentativa, declinando il razionalismo con sensibilità lombarda. Il progetto per il restauro e la sistemazione dei musei del Castello Sforzesco di Milano – Corte Ducale (1954-’56); Cortile della Rocchetta (1963) – fu svolto cercando un compromesso tra ruolo della città, ruolo de castello in quanto “museo” e ragioni della architettura. Lungi dall’appiattirsi su di una concezione ‘restitutiva’ del Restauro, la ri-progettazione fu intesa dai BBPR come impegno a re-interpretare sostanza e forme ‘date’ in termini di architettura. L’occasione della progettazione di un edificio con destinazione mista in un’area strategica del centro storico di Milano - la Torre Velasca – fu sfruttata dalla studio BBPR per proporre una ‘coesistenza’ non-pacifica tra opzioni internazionaliste e opzioni tradizionaliste. L’elaborazione del tipo “a torre” venne fatta alla luce di una lettura orientata delle architetture milanesi. Al di là delle caratteristiche linguistiche e delle stesse polemiche, l’ambientazione dell’edificio ha fatto sì che col tempo la Torre Velasca entrasse a far parte dell’immaginario collettivo riguardante la città di Milano.

"Ernesto Nathan Rogers e la città di Milano: tra internazionalismo e tradizionalismo"

LOVERO, PASQUALE
In corso di stampa

Abstract

Il paper tratta del rapporto tra Ernesto N. Rogers e la città di Milano alla luce delle polarità dell’internazionalismo e del tradizionalismo Considerata sotto il profilo della tipologia dei ruoli, Milano è una città ‘ideologica’ che però non ha mai rinunziato alla tradizione. Il caso di Ernesto N. Rogers si presta a riscontri diversi del rapporto architetto/città, data la sfaccettatura dell’uomo – intellettuale, architetto e artista integrale. Ben salda è stata la sua fiducia nella operabilità disciplinare senza limiti, trasmessagli dai protagonisti del Movimento Moderno. Tale fiducia contemplava tra l’altro la preminenza del metodo sul linguaggio. Per introdurre le polarità dello “internazionalismo” e del “tradizionalismo”, nel paper si richiama l’articolo di Giuseppe Samonà “Internazionalismo e tradizionalismo architettonico” (1929). Questi vi aveva interpretato le opere dei paesi europei avanzati e quelle italiane in termini rispettivamente di nuovo “romanticismo” e di “classicità”. Una tale interpretazione è tornata particolarmente utile per inquadrare la problematica di Rogers e le opere dello studio BBPR. In Rogers l’inclinazione ‘naturale’ all’internazionalità finì per interagire con l’interesse per la tradizione. Ma per cogliere le mediazioni disciplinari messe in atto da Rogers a partire dalla seconda metà degli anni ’50 del secolo scorso, occorre riandare alle sue riflessioni sulle “preesistenze” (ambientali). A questo stesso riguardo furono diversamente importanti le sollecitazioni dei redattori della rivista “Casabella continuità” – da lui diretta -, e le spinte degli assistenti in ambito didattico. Il rapporto internazionalismo/tradizionalismo viene poi verificato in quattro opere-campione dello studio BBPR. La “Casa del sabato per gli sposi”, realizzata per la V° Triennale di Milano (1933), in quanto prototipo temporaneo illustrava il codice razionalista, non senza mettere in gioco alcuni aspetti della declinazione italiana. Il progetto di concorso per il “Palazzo del Littorio e della Mostra della Rivoluzione Fascista” (Roma, 1934), sviluppato in collaborazione con Luigi Figini e Gino Pollini, rispondeva all’intento di mostrare la ‘compatibilità’ del codice razionalista con la architettura della capitale dell’Impero. Radicale e perentorio, il progetto proponeva per i tre edifici soluzioni che si misuravano con la valenza simbolico-rappresentativa, declinando il razionalismo con sensibilità lombarda. Il progetto per il restauro e la sistemazione dei musei del Castello Sforzesco di Milano – Corte Ducale (1954-’56); Cortile della Rocchetta (1963) – fu svolto cercando un compromesso tra ruolo della città, ruolo de castello in quanto “museo” e ragioni della architettura. Lungi dall’appiattirsi su di una concezione ‘restitutiva’ del Restauro, la ri-progettazione fu intesa dai BBPR come impegno a re-interpretare sostanza e forme ‘date’ in termini di architettura. L’occasione della progettazione di un edificio con destinazione mista in un’area strategica del centro storico di Milano - la Torre Velasca – fu sfruttata dalla studio BBPR per proporre una ‘coesistenza’ non-pacifica tra opzioni internazionaliste e opzioni tradizionaliste. L’elaborazione del tipo “a torre” venne fatta alla luce di una lettura orientata delle architetture milanesi. Al di là delle caratteristiche linguistiche e delle stesse polemiche, l’ambientazione dell’edificio ha fatto sì che col tempo la Torre Velasca entrasse a far parte dell’immaginario collettivo riguardante la città di Milano.
File in questo prodotto:
Non ci sono file associati a questo prodotto.

I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.

Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11578/7638
 Attenzione

Attenzione! I dati visualizzati non sono stati sottoposti a validazione da parte dell'ateneo

Citazioni
  • ???jsp.display-item.citation.pmc??? ND
  • Scopus ND
  • ???jsp.display-item.citation.isi??? ND
social impact