Il contributo esplora il tema della publicness attraverso il caso paradigmatico di Olbia e della Gallura, contesto in cui le tradizionali categorie dello spazio pubblico e dell’azione collettiva si trovano costantemente rimesse alla prova. Lungo l’ultimo secolo, la città è stata attraversata da due regie che ne hanno segnato profondamente l’evoluzione: l’azione pubblica del Piano di Rinascita e l’iniziativa privata del Consorzio Costa Smeralda. Due visioni che non si sono semplicemente sovrapposte, ma hanno articolato una tensione produttiva tra modelli di sviluppo, usi dello spazio, accesso ai beni comuni. In questo scenario, lo spazio pubblico non si dà come forma pianificata e conclusa, ma come esito di processi ibridi e intermittenti. La rete di scuole, spazi produttivi, attrezzature sanitarie o culturali — eredità di stagioni diverse della progettualità pubblica — si intreccia con infrastrutture ad alta accessibilità (porto, aeroporto, snodi digitali), spazi consortili regolati privatamente, margini rurali risignificati da nuove economie e pratiche abitative. Questa dimensione urbana, come suggerisce Decandia (2018), non si esaurisce nei suoi confini formali, ma si estende nei territori che un tempo venivano percepiti come esterni: una “cosmopoli diffusa” in cui anche i vuoti, i silenzi e i margini diventano parte integrante della produzione dell’urbano.
Due regie per una città, Olbia tra pubblico e privato. Immaginari ereditati e progettualità in sinergia
Zucca, Valentina Rossella
;Simoni, Davide
;Donadoni, Ettore
2026-01-01
Abstract
Il contributo esplora il tema della publicness attraverso il caso paradigmatico di Olbia e della Gallura, contesto in cui le tradizionali categorie dello spazio pubblico e dell’azione collettiva si trovano costantemente rimesse alla prova. Lungo l’ultimo secolo, la città è stata attraversata da due regie che ne hanno segnato profondamente l’evoluzione: l’azione pubblica del Piano di Rinascita e l’iniziativa privata del Consorzio Costa Smeralda. Due visioni che non si sono semplicemente sovrapposte, ma hanno articolato una tensione produttiva tra modelli di sviluppo, usi dello spazio, accesso ai beni comuni. In questo scenario, lo spazio pubblico non si dà come forma pianificata e conclusa, ma come esito di processi ibridi e intermittenti. La rete di scuole, spazi produttivi, attrezzature sanitarie o culturali — eredità di stagioni diverse della progettualità pubblica — si intreccia con infrastrutture ad alta accessibilità (porto, aeroporto, snodi digitali), spazi consortili regolati privatamente, margini rurali risignificati da nuove economie e pratiche abitative. Questa dimensione urbana, come suggerisce Decandia (2018), non si esaurisce nei suoi confini formali, ma si estende nei territori che un tempo venivano percepiti come esterni: una “cosmopoli diffusa” in cui anche i vuoti, i silenzi e i margini diventano parte integrante della produzione dell’urbano.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.



